Viene considerata chiesa, basilica e santuario, appartenente all’Ordine Domenicano e facente capo alla parrocchia di S. Vittore al Corpo di Milano.
È classificata come patrimonio dell’umanità dell’Unesco, insieme al Cenacolo di Leonardo da Vinci, che si trova nel refettorio del convento.
Santa Maria delle Grazie: storia e origini
Nel 1463 il duca di Milano Francesco I Sforza decise di far costruire, su progetto di Guininforte Solari, un convento domenicano e una chiesa sul terreno donato dal conte Gaspare Vimercati (capitano delle truppe di Francesco Sforza) ai domenicani, nel luogo dove si trovava una piccola cappella dedicata della Madonna delle Grazie, dalle forme originariamente gotico-lombarde, che viene quindi inglobata nella chiesa.
La chiesa fu quindi concepita in stile gotico lombardo con la facciata a capanna, gli oculi, le monofore e l’utilizzo del mattone tipico locale, realizzato con sabbia di fiume e argilla, cotto in fornace.
Negli anni 80 del 1400 il duca Ludovico il Moro Sforza decide di trasformare la chiesa nel mausoleo di famiglia, seguendo il nuovo stile rinascimentale fiorentino.
Grazie all’amicizia tra gli Sforza a Milano e i Medici a Firenze, due grandi artisti arrivano quindi a Milano, Donato Bramante quale architetto e Leonardo da Vinci quale ingegnere. Si apre così un momento magico della storia dell’arte e del costume milanese che ancora oggi si racconta con emozione.
Nel 1492 Bramante, avvia la costruzione della nuova tribuna con la grandiosa cupola, ricoperta dal tiburio, seguita dalla sagrestia vecchia e dal chiostro piccolo, e più tardi dalla sagrestia nuova e dal chiostro grande.
Mentre nel 1495 a Leonardo, e all’artista Donato Montorfano, viene affidato l’incarico per la realizzazione degli affreschi sulle pareti del refettorio dei monaci: Leonardo sceglie di rappresentare l’Ultima Cena mentre il Montorfano sceglie la Crocifissione, quindi rispettivamente l’inizio e la fine della Passione di Cristo. Ecco nascere il Cenacolo.
Il Moro decise di fare delle Grazie il luogo di sepoltura degli Sforza e secondo le sue indicazioni Cristoforo Solari realizza il coperchio del sepolcro di Ludovico e di sua moglie, Beatrice d’Este, da collocare al centro del coro.
Beatrice muore nel 1497 e viene qui sepolta, ma il programma del Moro non è portato a termine, perché il suo ducato cade due anni dopo. I lavori si fermano, ma vengono comunque completati e si salvano la tribuna, la sagrestia e l’Ultima Cena, terminata nel 1498.
Il monumento funebre di Ludovico il Moro e sua moglie Beatrice d’Este è conservato alla Certosa di Pavia.
Dal 1553 al 1778 il convento divenne sede del tribunale dell’Inquisizione e successivamente, dopo le distruzioni napoleoniche, vi prese posto una caserma.
Nel 1934-37 tutto l’edificio fu consolidato e restaurato sotto la direzione di Piero Portaluppi ma i bombardamenti del 15 agosto 1943 colpirono il retro della chiesa e il convento: si salvarono solo pochi muri, tra cui fortunatamente quello che ospitava il Cenacolo e quello della Crocifissione.
Nonostante le terribili devastazioni subite, la chiesa è potuta tornare all’antico splendore grazie all’intraprendenza e allo spirito di iniziativa dei milanesi, il cui impegno ha consentito il recupero delle preziose opere d’arte conservate nella chiesa, divenuta oggetto di tutela dell’UNESCO.
Santa Maria delle Grazie: architettura e struttura
Su un’ampia piazzetta si apre la chiesa che consta di due organismi distinti:
- un corpo anteriore del Solari, di stile romanico-gotico
- la retrostante tribuna del Bramante.
L’esterno
Molto interessante per il visitatore è proprio ammirare la varietà stilistica del rivestimento esterno, caratterizzato dal tipico gotico lombardo per la facciata e il corpo, e con una varietà di elementi rinascimentali (ordini sovrapposti, loggette, trabeazioni, moduli quadrangolari) per la parte absidale con la tribuna Bramantesca.
Una fusione armonica delle varie parti dell’edificio: uno sviluppo grandioso dello spazio interno e un effetto monumentale di quello esterno.
La Sacrestia Vecchia
Dalla parte posteriore esterna della chiesa, oppure dall’interno dopo la visita alla splendida tribuna Bramantesca e il coro ligneo, si accede al chiostro piccolo, detto delle rane, per la celebre fontana posta al centro, luogo di meditazione e silenzio per i monaci e di grande impatto per il visitatore che ammira da sempre l’opera del Bramante.
Dal chiostro si apre il portale d’ingresso della sagrestia, spesso chiusa ai visitatori: un portone a battenti lignei sormontato da una lunetta monocroma del Bramantino raffigurante la Madonna col Bambino tra i Ss. Giacomo e Luigi IX di Francia, purtroppo ormai in condizioni più che precarie.
Entrando ci si trova in un vano rettangolare con abside semicircolare. Sono bellissime le due lunghe file di armadi lignei quattrocenteschi dedicati a custodire gli arredi sacri che ricoprono senza interruzione la base delle due pareti maggiori.
L’interno
L’interno a tre navate (63 metri di lunghezza per 30 di larghezza) con una copertura a volte a crociera con costoloni, presenta 14 cappelle laterali a pianta quadrata; suggestive decorazioni a graffito adornano le volte a crociera con le figure dei santi domenicani.
In fondo a sinistra si trova la cappella di preghiera originale, dedicata a santa Maria delle Grazie e inglobata all’inizio della costruzione della chiesa.
Nella lunetta corrispondente all’ingresso della cappella si trova una grande composizione a stucco, Madonna del Rosario con S. Domenico, S. Caterina e devoti (1632) che indica e ricorda il luogo principale da cui origina tutto il complesso architettonico. Sulla lunetta possiamo ammirare una tela del Cerano del 1631 raffigurante la Madonna delle Grazie che libera Milano dalla peste. All’interno della cappella, sul suo altare seicentesco è posta una tavola pre-leonardesca raffigurante la Madonna delle Grazie, la Vergine che accoglie sotto il manto la famiglia del conte Vimercati, di scuola lombarda del ‘400.
E proprio in questo punto si apre la tribuna Bramantesca.
La Tribuna Bramantesca
Questo straordinario spazio, costruito sul modulo del cerchio inscritto nel quadrato, inscritto nell’ottagono, richiama i grandi valori classici e l’origine della cristianità. Pur inserendosi armoniosamente nell’intero organismo della chiesa, si distacca in modo netto e preciso dallo stile prettamente gotico delle navate, senza transetto, e trasmette ancora oggi una forte emozione al visitatore.
Bramante concepisce la tribuna come uno spazio cubico, delimitato da quattro poderosi archi a tutto sesto, decorati a graffito e culminanti con una grande cupola emisferica, la prima cupola rinascimentale a MIlano.
Ai quattro lati in alto sono raffigurati, nei tondi, i Quattro Dottori della Chiesa: sant’Ambrogio e sant’Agostino con la Mitra, il papa Gregorio Magno con la Tiara e san Gerolamo con il Pastorale.
Il Coro
La tribuna ci regala uno dei più bei cori lignei a intarsio del rinascimento.
Sulle pareti del coro sono raffigurate sei grandi figure di Santi domenicani a intarsio: a sinistra S. Domenico e S. Giovanni Battista; accanto da solo S. Pietro Martire. A destra S. Tommaso d’Aquino e S. Paolo; da solo Vincenzo Ferreri. Tramite una porticina usciamo nel chiostrino delle rane.
Il Cenacolo di Leonardo
A sinistra della facciata, si accede allo spazio originale del refettorio, dove è possibile ammirare la celebre “L’Ultima Cena” conosciuta anche come “Il Cenacolo” di Leonardo, iniziata nel 1495 e terminata nel 1498 di grandi dimensioni (altezza 4.60 metri – lunghezza 8.80 metri) e impatto emotivo.
Il dipinto fu realizzato da Leonardo su commissione di Ludovico il Moro per il refettorio del convento della chiesa dominicana.
L’episodio evangelico è rappresentato nel momento drammatico in cui il Cristo, riunito con i discepoli per festeggiare la Pasqua ebraica, annuncia: “uno di voi mi tradirà”. Da qui, i moti dell’animo dei discepoli, le splendide espressioni dei volti, il movimento dei corpi e delle mani che sembrano vibrare agli occhi del visitatore coinvolgendolo nell’attimo eterno.
Diversamente dalla tradizione che vede Gesù circondato dai discepoli, l’artista sceglie di rappresentare Gesù al centro della scena, dietro alla tavola rettangolare con la tovaglia bianca, simbolo di purezza, il pane e il pesce, simboli di cristianità, mentre intorno si agitano gli apostoli, raggruppati in 4 gruppi da 3.
La figura di Cristo ha il capo reclinato, gli occhi socchiusi e la bocca appena socchiusa, come se avesse appena finito di pronunciare la fatidica frase, in un gesto di quieta rassegnazione e costituisce l’asse centrale della scena compositiva.
Vediamo gli apostoli, da sinistra a destra, brevemente nel dettaglio:
- Primo gruppo : Bartolomeo, Giacomo il giovane, Andrea con le mani alzate in segno di negazione personale al tradimento annunciato
- Secondo gruppo: Giuda, Pietro e Giovanni Evangelista; Pietro impugna un coltello nella mano destra e, chinandosi impetuosamente in avanti, con l’altra mano si appoggia sulla spalla di Giovanni chiedendogli “Dì, chi è colui a cui si riferisce?” (Gv. 13,24)
Giuda, davanti a lui, stringe la borsa con i soldi (“tenendo Giuda la cassa” si legge in Gv. 13,29), indietreggia con aria colpevole e nell’agitazione rovescia la saliera. Giovanni evangelista, il più giovane degli apostoli con capo chinato ascolta Pietro
- Gesù al centro
- Terzo gruppo: Giacomo il Maggiore con le braccia aperte in segno di incredulità, Tommaso con il dito alzato verso il cielo, Filippo porta le mani al petto, protestando la sua devozione e la sua innocenza.
- Quarto gruppo: Matteo, Taddeo e Simone lo Zelota che esprimono con gesti concitati il loro smarrimento e la loro incredulità a ciò che hanno appena sentito.
Da non dimenticare: le tre finestre che lasciano intravedere la luce del tramonto, richiamo alla trinità, e il paesaggio, il contatto con il divino, l’apertura ad una nuova visione del rapporto tra essere umano e natura, tipico del rinascimento.
Attraverso gli espedienti prospettici dipinti da Leonardo (la quadratura del pavimento, il soffitto a cassettoni, le pareti laterali) si ottiene l’effetto prospettico al massimo della perfezione ed estremamente coinvolgente per il visitatore. Leonardo fissa il punto di fuga con un chiodo, ritrovato dal team di restauro, proprio sulla fronte di Gesù.
Un altro elemento importante è la porta, ora murata, che dava accesso alla cucina; proprio i vapori della cucina furono l’inizio del deterioramento del dipinto, per il quale furono resi necessari numerosi interventi di restauro culminati nell’eccellenza del lavoro del team di Pinin Brambilla Barcilon durato 20 anni dal 1979 al 1999, che ci restituisce oggi la bellezza del pensiero leonardesco.
L’Ultima Cena si colloca tra le opere d’arte più importanti di tutti i tempi, sia per la sua carica innovativa che per l’impatto che ebbe sugli artisti di tutte le epoche. Leonardo intendeva appunto rappresentare i “moti dell’animo” degli apostoli sorpresi e sconcertati all’annuncio dell’imminente tradimento di uno di loro.
Da subito l’opera suscitò ammirazione, al punto che Ludovico regalò a Leonardo la vigna per la coltivazione del vino Malvasia, oggi ritrovata nel Palazzo degli Atellani, laterale alla chiesa.
Necessario sapere che Leonardo, intenzionato a sperimentare nuove tecniche, non dipinse a “buon fresco”,tecnica dell’affresco, normalmente utilizzata per la pittura sul muro, ma semplicemente tempera mista ad olio posta sull’intonaco asciutto, rendendo così possibile allungare i tempi dell’esecuzione, creando splendide sfumature e giochi di luci e ombre estremamente delicati.
Nella parete di fronte si nota l’affresco della “Crocifissione”, firmata da Giovanni Donato Montorfano (1495-97), sotto la quale Leonardo dipinse i ritratti dei duchi con i figli (Ludovico, Beatrice, Massimiliano e Francesco II) oggi scomparsi. La scena si svolge Gerusalemme e presenta la croce di Gesù al centro con i 2 ladroni. Qui sono ben evidenti: al centro, la Maddalena piangente che abbraccia la croce di Gesù, in basso a destra i soldati che giocano ai dadi il mantello di Gesù, e in basso a sinistra lo svenimento di Maria, inoltre i due ladroni crocifissi.
La visione di Dan Brown
L’autore del libro “Il Codice da Vinci” parte dal presupposto che Maddalena non fosse una prostituta, ma la compagna di Gesù dal quale ebbe una figlia dalla cui discendenza proviene la stirpe dei Merovingi.
Questa verità viene tenuta segreta da una società, il Priorato di Sion, della quale fanno parte grandi maestri come Botticelli, Newton e Leonardo stesso, il quale codificò questo segreto nel dipinto.
Infatti il Santo Graal non sarebbe una coppa, ma un membro del Sang Real cioè Maria Maddalena.
Nel dipinto, il volto di san Giovanni ha fattezze femminili e quindi viene indicato da Brown proprio nella Maddalena che nella sua posizione rispetto a Cristo forma una V che appunto si riconduce al calice e anche alla simbologia femminile della maternità.
Diverse sono le interpretazioni relative ai misteri del dipinto, di certo quella di Brown ha suscitato notevole eco grazie ovviamente al celebre romanzo e al relativo film.
Lo staff di Milan in Tour è orientato a svolgere la propria professione con passione e talento turistico, cercando di soddisfare le vostre aspettative e di presentarvi al meglio le numerose bellezze della città.
La nostra filosofia è quella di rendere il vostro viaggio un’esperienza indimenticabile: vogliamo trasmettere la cultura della nostra città, del nostro Paese non solo attraverso nozioni e date, ma anche con la scoperta di luoghi nascosti e storie mai raccontate.
Prenota adesso il tuo tour
